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Ambiente e clima

Il clima non è un problema tecnologico: i piani esistono già, a mancare è l'esecuzione

L’estate scorsa, in Europa, sono morte circa 24.400 persone per il caldo. Di queste, secondo lo studio di attribuzione condotto da London School of Hygiene & Tropical Medicine e Imperial College su 854 città, 16.500 non sarebbero morte senza il cambiamento climatico: il 68% del totale. A Milano sono 317, a Roma 164. L’88% aveva più di 65 anni.

Non è la cartolina dell’orso polare sul ghiaccio che si scioglie. Sono anziani, nei loro appartamenti, in città che di notte non si raffreddano più.

Ho passato un po’ di tempo a leggere i rapporti usciti tra la fine del 2025 e questi primi mesi del 2026, WMO, Copernicus, Global Carbon Budget, ISPRA, Legambiente, UNEP, aspettandomi di trovare la solita storia: sappiamo cosa fare, non lo stiamo facendo. Ho trovato qualcosa di diverso e, secondo me, di più interessante. I piani ci sono quasi tutti. L’87% dei paesi del mondo ha una strategia nazionale di adattamento. L’Italia ha il suo, con 361 misure dentro. Nove città italiane sono nella missione europea per la neutralità climatica. Copenaghen aveva un piano da manuale.

E allora?


Cosa sta succedendo, in breve

Il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato: +1,47 °C sui livelli preindustriali secondo Copernicus, ~1,43 °C secondo la WMO. Solo un centesimo di grado sotto il 2023, e più fresco del 2024, che resta il record con +1,60 °C. La cosa notevole non è il singolo anno: è che il triennio 2023-2025 ha superato in media 1,5 °C, la prima volta che succede su tre anni consecutivi.

Una nota, perché è il punto su cui si infilano tutte le obiezioni in malafede: l’IPCC parla spesso di “+1,1 °C”. Non è una contraddizione. Quella è la media del decennio 2011-2020, il riferimento del suo rapporto. Il +1,47 è un singolo anno. Sono due misure diverse della stessa curva.

La causa non è in discussione. Il Sesto Rapporto IPCC attribuisce alle emissioni antropiche 0,8-1,3 °C dei circa 1,1 °C osservati fino al 2020: la stima dell’effetto umano è pari o superiore al riscaldamento totale, perché altri fattori, gli aerosol, hanno mascherato una parte del segnale. Sole e vulcani, da soli, non riproducono la curva.

Nel frattempo continuiamo a emettere. Il 2025 ha segnato un nuovo record di emissioni fossili: 38,1 miliardi di tonnellate di CO₂, +1,1% sul 2024, con tutti i combustibili in crescita. Il budget di carbonio residuo per restare entro 1,5 °C è di 170 miliardi di tonnellate: circa quattro anni al ritmo attuale. Praticamente esaurito.

C’è un dettaglio che mi ha colpito più del resto: il riscaldamento sta indebolendo i pozzi naturali di assorbimento, terrestri e oceanici, e questo indebolimento ha contribuito per l’8% all’aumento di CO₂ atmosferica dagli anni Sessanta. Il pianeta assorbe una quota via via minore di quello che gli buttiamo addosso. La bilancia si sposta anche quando noi stiamo fermi.

E il sistema non risponde in modo proporzionale. Ogni grado in più aumenta di circa il 7% la capacità dell’atmosfera di trattenere vapore acqueo: non piove di più ovunque, piove più concentrato. È la ragione fisica per cui la siccità e l’alluvione convivono nella stessa regione, nello stesso anno.


Perché in città è peggio

Le città occupano una frazione minima della superficie emersa, producono oltre il 60% delle emissioni globali e ospitano la maggior parte di noi. Sono contemporaneamente la causa principale, la vittima principale e il laboratorio principale.

La vittima, prima di tutto. L’isola di calore urbana nasce da una cosa banale: asfalto e cemento al posto di alberi e terra. Le superfici impermeabili assorbono radiazione e la restituiscono come calore, la vegetazione che evaporava non c’è più, e ai motori e ai condizionatori si aggiunge il loro calore di scarto. Il risultato è che una stima recente colloca il riscaldamento da isola di calore, entro il 2050, a circa metà del riscaldamento causato dal cambiamento climatico globale. Per chi vive in città i due conti si sommano.

C’è un circolo vizioso dentro questo meccanismo che vale la pena guardare da vicino, perché è il motivo per cui la soluzione più diffusa è anche parte del problema. Più caldo significa più condizionatori accesi. Più condizionatori significa più calore riversato nelle strade e più domanda elettrica. Se la rete non è decarbonizzata, più domanda significa più emissioni. L’aria condizionata è insieme l’adattamento più diffuso al mondo e un moltiplicatore del fenomeno che dovrebbe compensare.

Anche qui però va letta la sfumatura, perché il tema è meno lineare di come lo si racconta. Uno studio del 2025 su oltre 3.000 città, pubblicato su Nature Climate Change, ha misurato che l’isola di calore aumenta la mortalità da caldo ma riduce quella da freddo, con una compensazione globale di oltre quattro volte. Conseguenza pratica: le strategie di raffrescamento funzionano nelle città tropicali e possono fare danni a latitudini più alte, se applicate senza tenere conto delle stagioni. Copiare la soluzione di Singapore a Torino non è una buona idea.

E l’acqua, che arriva tutta insieme o non arriva

Il 2025 italiano è stato il secondo anno peggiore degli ultimi undici per eventi meteo estremi: 376 eventi, +5,9% sul 2024, contro i 383 del 2023. Nel dettaglio: 139 allagamenti da piogge intense, 86 danni da vento (+28,3%), 37 esondazioni fluviali. In forte crescita i casi legati a temperature record (+94%) e le frane da piogge intense (+42%). Ventiquattro eventi hanno bloccato o danneggiato treni e trasporto pubblico locale. In undici anni sono 811 gli eventi estremi registrati in 136 comuni sopra i 50.000 abitanti.

Sull’altro versante dello stesso problema: il 42% dell’acqua potabile immessa in rete si perde prima di arrivare al rubinetto. In Basilicata il 65,5%, in Sicilia il 51,6%, in Emilia-Romagna il 29,7%. In Sicilia il rischio desertificazione riguarda circa il 70% del territorio, e i modelli CMCC prevedono per l’Italia un calo delle precipitazioni estive del 10-20% entro il 2030.

Sotto a tutto questo c’è una scelta che facciamo noi, delibera dopo delibera. Nel 2024 in Italia sono stati coperti da nuove superfici artificiali 83,7 km², con un consumo netto di 78,5 km²: il valore più alto dell’ultimo decennio. Circa 10.000 metri quadrati ogni ora. Il suolo impermeabilizzato non assorbe l’acqua e non raffredda l’aria: è il moltiplicatore locale di entrambi i problemi. Costo stimato della perdita: tra 8,6 e 10,5 miliardi di euro l’anno.


Il conto

A questo punto il discorso smette di essere ambientale e diventa contabile.

I danni climatici in Italia nel 2025 valgono circa 12 miliardi di euro, lo 0,5% del PIL, e uno studio della BCE con l’Università di Mannheim li proietta a 34,2 miliardi entro il 2029. Dal 1980 il totale supera i 135 miliardi. Al 2050, il PIL italiano risulta più basso dell’1,6% nell’ipotesi favorevole e fino al 6% in quella severa: detto altrimenti, il clima si mangia tra il 15% e il 41% della nostra crescita.

Poi c’è la parte che quasi nessuno guarda. Solo il 20% di quelle perdite è assicurato; secondo altre elaborazioni la quota scoperta arriva al 95%, contro un quarto della media europea. L’Italia è, dopo la Grecia, il paese con il divario più ampio d’Europa tra rischio elevato e copertura scarsa. Quel divario non svanisce: diventa un decreto di ristori dopo ogni alluvione. È una passività implicita dello Stato che non compare in nessun bilancio finché non esplode.

C’è anche il costo che non arriva come danno ma come minore produttività: l’IPCC stima che la sola perdita di ore lavorative dovuta al caldo estremo valga -2,4% di PIL globale nello scenario ad alte emissioni, contro -0,5% in quello a mitigazione stringente. Sono scenari, non previsioni. Ma la differenza tra i due numeri è, letteralmente, il rendimento della mitigazione.


Sette livelli, e cosa funziona davvero a ciascuno

Personale. Le azioni ad alto impatto sono poche e non sono quelle che ci hanno insegnato. Vivere senza auto privata vale circa 2,4 tCO₂e all’anno, rinunciare a un volo transatlantico andata e ritorno 1,6 t, passare a un’auto elettrica 1,15 t, adottare una dieta vegetale 0,8 t. Il riciclaggio integrato dei rifiuti vale circa 0,2 t, le lampadine LED 0,1. La dieta vegetale pesa quattro volte il riciclaggio, otto volte le lampadine; le borse riutilizzabili valgono meno dell’1% di un anno senza carne. Non che riciclare sia inutile: è che è stato comunicato come se fosse l’azione principale, e non lo è.

In Italia la leva personale più pesante è ovvia una volta guardati i dati: i trasporti sono il 28% delle emissioni nazionali e sono cresciuti del 7% dal 1990, unici tra i grandi settori ad andare nella direzione sbagliata, mentre l’elettrico ha tagliato il 64%.

Detto questo, non ho intenzione di raccontare che il problema si risolve con le nostre scelte di consumo. Il concetto di “impronta di carbonio individuale” è nato come campagna di comunicazione dell’industria petrolifera, e serviva esattamente a spostare la conversazione dove l’abbiamo spostata. La formulazione onesta è un’altra: il potere reale del singolo sta nel voto, nella pressione politica e nel modellare ciò che è socialmente normale; i comportamenti contano soprattutto perché cambiano ciò che è politicamente possibile.

Collettivo. È il livello dove le cose iniziano a pesare. Le comunità energetiche rinnovabili in Italia sono passate da 212 attive a marzo 2025 a 597 a inizio 2026, +180% in un anno, con incentivo GSE fino a 130 €/MWh sull’energia condivisa per vent’anni e contributo PNRR fino al 40%. Il condominio decide cappotto, tetto e caldaie: sono scelte con un peso cinquanta volte quello della singola casa. E poi c’è l’infrastruttura sociale: Barcellona ha costruito una rete di 360 rifugi climatici accessibili — ombra, sedute, fontane — per le ondate di calore. Visto che l’88% delle vittime ha più di 65 anni, tenere d’occhio i vicini anziani è probabilmente l’intervento con il miglior rapporto tra vite salvate ed euro spesi di tutto questo articolo.

Comunale. Qui c’è il dato che inchioda: solo il 39,7% dei comuni italiani ha un piano o una strategia di adattamento. Quattro su dieci, in un paese con 811 eventi estremi in undici anni. Chi lo fa, lo fa bene: nove città italiane — Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma, Torino — sono nella missione UE per la neutralità climatica al 2030, che ha superato le 100 città aderenti e 360 milioni di budget. Milano ha il Piano Aria e Clima e ForestaMi, tre milioni di alberi entro il 2030 nell’area metropolitana: a maturazione stimano 2-3 °C in meno d’estate e fino al 30% di consumi in meno per il raffrescamento. Con oltre 600.000 piante messe a dimora, però, il progetto è intorno al 20% dell’obiettivo con due terzi del tempo trascorso.

Regionale. Il livello di cui non parla nessuno e che governa quasi tutto ciò che conta davvero: difesa del suolo, bacini idrici, protezione civile, sanità, trasporto locale, pianificazione territoriale. Otto regioni più la Provincia di Trento hanno avviato una strategia di adattamento. Ed è il livello della rete idrica: quel 42% disperso è competenza locale, e il divario Nord-Sud in questo campo è la forma più misurabile che la disuguaglianza climatica assume in Italia.

Nazionale. Il PNACC esiste dal dicembre 2023, con 361 misure, e a dicembre 2025 è nato l’Osservatorio nazionale presso il MASE. Ma nel 2025 il piano non è stato nemmeno menzionato nella legge di bilancio: dettagliatissimo nell’analisi, muto su risorse e tempi. Sulla mitigazione va peggio di come sembra: all’Italia l’UE chiede -43,7% al 2030 rispetto al 2005 nei settori non-ETS, e gli scenari ISPRA danno -30% con le politiche correnti e -41% con tutte le misure aggiuntive del PNIEC. Nemmeno il piano nazionale applicato per intero basta a centrare l’obiettivo.

Il contrappeso è il PNRR: 71,7 miliardi sulla transizione ecologica, il 37,5% del piano, distribuiti tra mobilità sostenibile (40%), efficienza e riqualificazione (31%), rinnovabili (14%) e adattamento e rischio idrogeologico (15%). Al 30 luglio 2026 l’Italia ha centrato 416 obiettivi su 575 e incassato quasi 166 miliardi, l’85,4%: sopra la media europea. Solo che il PNRR chiude gli obiettivi ad agosto 2026. Cioè adesso, mentre scrivo. La domanda che nessuno sta facendo ad alta voce è: dal 2027, con quali soldi si fa l’adattamento?

Europeo. A marzo 2026 il Consiglio ha dato il via libera finale al target vincolante -90% di emissioni nette al 2040 (85% domestico più fino al 5% di crediti internazionali). Le emissioni UE sono già scese di circa il 37% tra il 1990 e il 2024. Ma il tratto che resta è quello difficile — trasporti, edifici, agricoltura — ed è esattamente il perimetro di ETS2, il prezzo del carbonio su carburanti e riscaldamento, rinviato dal 2027 al 2028. Sarà la misura che gli europei sentiranno in bolletta e alla pompa: è lì che si giocherà la partita politica dei prossimi due anni, non nei summit.

Mondiale. Alla COP30 di Belém, a novembre 2025, 119 paesi che valgono il 74% delle emissioni globali avevano presentato i nuovi impegni nazionali. Sommati, valgono circa l’11% dei tagli necessari entro il 2035 per restare a 1,5 °C. Sull’adattamento il divario è ancora più netto: servono 310-365 miliardi di dollari l’anno ai paesi in via di sviluppo entro il 2035, ne arrivano 26. Dodici-quattordici volte meno.

Vale la pena ricordare perché mezzo grado non è un dettaglio da tecnici: fermarsi a 1,5 °C invece che a 2 °C eviterebbe l’insicurezza alimentare a 158 milioni di persone e dimezzerebbe la popolazione esposta a grave scarsità idrica nelle regioni tropicali.


Il guasto è sempre lo stesso

Torniamo alla domanda dell’inizio. Se i piani ci sono, perché non succede niente?

Guardiamo tre storie.

Copenaghen nel 2012 lancia il piano più ambizioso del mondo: prima capitale carbon neutral entro il 2025. Converte il teleriscaldamento — che copre il 98% del fabbisogno termico — da fossili a biomasse, eolico e geotermia. Investe 2,7 miliardi di corone pubbliche e ne mobilita venti-venticinque di private. Taglia le emissioni di circa l’80% mentre il PIL cittadino cresce del 50% rispetto al 1990: il disaccoppiamento tra crescita ed emissioni, dimostrato sul campo. Poi, nell’agosto 2022, ammette che non ce la farà. L’ultimo 20% doveva arrivare dalla cattura del carbonio all’inceneritore di Amager, e l’impianto non ha ottenuto i fondi statali danesi per costruirla. Oggi la città ha una nuova strategia al 2035. Non è fallita la tecnologia esistente: è mancato il finanziamento di quella che ancora non c’era.

Gli Stati Uniti, nell’agosto 2022, approvano l’Inflation Reduction Act: 391 miliardi di dollari in dieci anni, ogni dollaro pubblico che ne attiva cinque o sei di privati, 313.000 posti di lavoro diretti entro giugno 2024, e l’81% degli investimenti diretto verso contee con salari sotto la media nazionale. Il paese si mette sulla traiettoria del -40% al 2030. Poi, il 4 luglio 2025, l’One Big Beautiful Bill Act anticipa la scadenza dei crediti principali: quelli per i veicoli puliti chiudono a settembre 2025, quelli per efficienza e fotovoltaico domestico a dicembre, l’idrogeno pulito sette anni prima del previsto. Non è fallita l’economia della transizione: è cambiata la maggioranza.

L’Italia scrive un piano di adattamento con 361 misure, lo approva, ci mette sopra un osservatorio nazionale, e poi non lo finanzia. Non è mancata la competenza tecnica: è mancata una riga in legge di bilancio.

Tre guasti diversi, una sola diagnosi. Il fattore limitante della transizione non è la tecnologia, che c’è ed è competitiva: nel 2025 gli investimenti globali in energia pulita hanno raggiunto 2.200 miliardi di dollari, il doppio dei fossili, con oltre 600 GW di nuovo fotovoltaico installato in dodici mesi e il solare diventato la maggiore tecnologia di generazione al mondo per capacità installata. Il fattore limitante è la continuità nel tempo del quadro politico e finanziario. Un piano climatico è un impegno a quindici o vent’anni preso da istituzioni che ragionano su cinque. Ogni volta che la catena si spezza — un fondo che non arriva, una maggioranza che cambia, una legge di bilancio distratta — il capitale privato si ferma, perché il capitale privato non insegue promesse, insegue regole stabili.

Ed è anche il motivo per cui le emissioni fanno record proprio mentre il solare fa record. Stanno succedendo entrambe le cose: la decarbonizzazione avanza, ma non abbastanza in fretta da compensare la crescita della domanda globale di energia.


Cosa mi porto a casa

Non ho una conclusione consolante. Ne ho una pratica.

Il conto si paga comunque. Lo si paga prima, come adattamento e mitigazione, oppure dopo, come danni, ristori e punti di PIL. Dodici miliardi nel 2025, trentaquattro previsti nel 2029, il 95% scoperto da qualunque assicurazione. La scelta non è tra spendere e non spendere: è tra scegliere quando e come.

A livello personale le cose che spostano davvero l’ago sono strutturali, non simboliche: come ti muovi, come scaldi e raffreschi casa, cosa mangi. E poi c’è la parte scomoda, quella che non si risolve con un acquisto: votare e fare pressione perché quei quadri regolatori restino in piedi più a lungo di una legislatura. Sembra il finale retorico di rito, ma dopo aver letto le tre storie qui sopra mi sembra semplicemente la descrizione del collo di bottiglia.

Sul resto, l’unica domanda utile da fare a chi ci amministra, a ogni livello, non è più “avete un piano”. Quello ce l’hanno quasi tutti. È: quanto è finanziato, per quanti anni, e cosa succede se cambia chi comanda.


Fonti e approfondimenti